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Il boss del ‘fumo’ aveva scelto la provincia de L’ Aquila per ‘delocallizare’ la produzione


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Avevano individuato la Marsica, in particolare il Fucino, come luogo ideale per delocalizzare la coltivazione della marijuana, ma sono stati scoperti ed arrestati dai carabinieri dell’Aquila. L’ingente traffico di droga era gestita dal boss Antonino Di Lorenzo di Casola detto o’ lignammone, da suo figlio e dal socio in affari Ciro Gargiulo, detto Cirozzo o’ biondo di Lettere. Con loro sono state arrestate altre cinque persone tra cui una donna di Luco dei Marsi  in provincia  de L’Aquila. Sono tutti accusati di associazione finalizzata alla coltivazione e al traffico illecito di sostanze stupefacenti.  Tre le ordinanze di custodia cautelare in carcere, tra Secondigliano  e Poggioreale, cinque quelle agli arresti domiciliari, emesse dal Tribunale dell’Aquila, a firma del giudice Guendalina Buccella, e richieste dalla Direzione Distrettuale Antimafia del capoluogo. L’operazione si ricollega al sequestro del 28 settembre 2016, quando i militari scoprirono una coltivazione di marijuana nelle campagne di Luco dei Marsi, camuffata da piante di mais, sequestrando sei tonnellate di piante e arrestando tre persone. Da subito fu intrapresa un’attivita’ di indagine, coordinata dai pm Stefano Gallo e Roberto Savelli e condotta dalla Compagnia di Avezzano (L’Aquila) e dal Nucleo Investigativo dell’Aquila. Gli accertamenti hanno fatto emergere inconfutabili elementi circa la partecipazione degli indagati a un’associazione finalizzata alla coltivazione di marijuana, rivelando come l’attivita’ fosse stata organizzata e finanziata da personaggi dell’area campana. L’indagine ha fatto emergere che un primo tentativo era stato gia’ realizzato nel 2015 a Luco dei Marsi, ma la piantagione non era andata a buon fine a causa di alcuni errori commessi nella gestione della coltivazione ed era stata data alle fiamme. Dopo il sequestro e gli arresti del 2016 la banda non si e’ pero’ scoraggiata. Ancora un tentativo di coltivazione, poi fallito, e’ stato fatto nel 2017, nelle campagne tra Scurcola Marsicana e Capistrello. E anche quest’anno gli indagati, monitorati dai militari, si sono mossi sin dal mese di gennaio alla ricerca di un terreno idoneo alla coltivazione di marijuana nelle campagne della Marsica. Il giudice ha ritenuto rilevanti le posizioni di due soggetti, appartenenti a clan camorristici dediti in via quasi esclusiva al traffico anche internazionale di stupefacenti, esperti nell’attivita’ di coltivazione di piantagioni di marijuana, individuati come finanziatori e coordinatori delle attivita’ di semina, cura e raccolto, funzionali poi alla lavorazione e alla successiva commercializzazione dello stupefacente. Si è trattato di un tentativo di “delocalizzare” la produzione di marijuana in luoghi considerati più tranquilli e meno controllati, anche se sotto il punto di vista del controllo i carabinieri hanno dimostrato l’esatto contrario.


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