Camorra, il reggente dei Moccia ucciso ad Arzano trafficava armi con la Vanella-Grassi. IL RACCONTO DEI PENTITI


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“Casone è stato ucciso da un commando agli ordini di Napoleone. È lui il mandante del delitto”. E’ stato il pentito Salvatore Abate, ex affiliato al clan Ferone di Casavatore e, in seguito agli Amato-Pagano a dare un impulso decisivo alle indagine sull’omicidio di Ciruzzo Casone, senatore del clan Moccia e reggente per loro conto sul territorio di Arzano ucciso la sera del 26 febbraio 2014 nel centro estetico “Solero” di Arzano dove trovò la morte anche l’innocente Vincenzo Ferrante. Per quella duplice esecuzione su disposizione della Dda di Napoli sono stati raggiunti in carcere da ordinanza di custodia cautelare mandante, esecutori e fiancheggiatori. Si tratta di Renato Napoleone, Francesco Paolo Russo “Cicciariello”, Angelo Antonio Gambino “Angioletto”, Pasquale Cristiano “pik stik”, Giuseppe Monfregolo “’o guallaruso”, Domenico Russo “’o mussuto”, Raffaele Liguori “Lello” e Pietro Cristiano “zi Pierino”. Indagato ma non destinatario di misura cautelare Dario Amirante ’o gemello. Ai primi tre arrestati il gip Antonio Tarallo contesta l’accusa di duplice omicidio aggravato dalla premeditazione e dalla finalità mafiosa, oltre che del reato di armi; agli altri cinque  contesta invece a vario titolo tre episodi estorsivi, di cui due consumati. Secondo il racconto dei pentiti Salvatore Abate e Antonio Accurso ‘o puorco, ex reggente della Vanella Grassi alleati degli Amato Pagano l’agguato fu consumato dallo stesso Napoleone e da un complice non ancora identificato mentre tutti gli altri arrestati avevano partecipato alla fase preparatoria  e a quella di recupero armi e mezzi utilizzati dai due killer. Indagato ma non in riferimento all’omicidio invece Dario Amirante ’o gemello. Quest’ultimo secondo i pentiti del clan Moccia e come contenuto nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Tommaso Parrella nel mese di gennaio scorso: “…un soggetto detto ‘o Gemello non meglio identificato aveva altresì proposto al suddetto reggente di Arzano l’acquisto di alcune armi, tra cui un kalashnikov di costruzione sovietica e di calibro e modello imprecisato, per il quale il venditore chiedeva 3 .50,00 euro, nonché una pistola semiautomatica calibro 9×21 mm, una pistola mitragliatrice IMI­UZI di calibro e modello imprecisato, due pistole mitragliatrici skorpion di calibro e marca imprecisati, ed infine una bomba di marca e modello imprecisati, materiale mai utilizzato e per il quale il trafficante di armi proponeva un prezzo a forfait da concordare”. Di Ciruzzo Casone si parla a lungo nelle 736 pagine dell’ordinanza che ha portato in carcere i nuovi reggenti della potente cosca di Afragola. Infatti, salvatore Scafuto, uno dei “senatori” poi diventato pentito ha raccontato: “…Conoscevo Ciro Casone, che era o ‘cumpariello mio, in senso malavitoso, alle mie dipendenze. Non faceva parte del gruppo di fuoco. Non so chi l’abbia ucciso: se l’avessi saputo avrei reagito”. E sempre Scafuto racconta: “…senza la presenza sul territorio anche dei soggetti cosiddetti. piccoli, non ci sarebbe poi la possibilità per i Moccia di esercitare il loro potere sugli interessi di maggiore rilievo. Senza questo sistema rischierebbero anche di vedere invaso il loro territorio da parte di altri clan, come stava per succedere negli mmi scorsi i Sarno e come rischia di succedere con la Vanella-Grassi di Secondigliano su Arzano.
E’ per questo che i Moccia hanno comunque bisogno di gestire e controllare le persone che operano sul territorio. Tornando ai mio intervento, mi resi conto che non era facile fare quello che mi era richiesto, perché vi erano frizioni molto forti tra gli affiliati di un certo rilievo dell’organizzazione dei Moccia; in particolare, Ciro Casone si voleva prendere Casoria e per questo aveva tentato di uccidere questo Sabatino che lei mi dice di chiamarsi Felli. Dopo ciò Sabatino si allontanò brevemente mentre Casone si è installato ad Arzano, dove poi l’hanno ammazzato…”. E ancora Scafuto a delineare la figura criminale di Casone: “…Ho incontrato Casone Ciro tre volte. Si tratta del periodo successivo alla mia permanenza in Toscana. Una prima volta l ‘ho incrociato per strada in mezzo alla piazza di Afragola, lui era a bordo di un Panda beige, l’ho chiamato dicendogli “cornutiello fermati, se mi devi sparare sparami adesso” per provocarlo, ma lui si allontanò senza fermarsi. La seconda volta è stato in tribunale durante la causa, io stavo in aula mentre lui stava tra il pubblico nella saletta sopraelevata; gli ho fatto cenno di scendere e ci siamo incontrati fuori dall’aula. Si era avvicinato anche il fratello di Cimini Domenico ma io l’ho allontanato. Gli chiesi di incontrarci per sistemare le cose che si erano complicate. Lui già stava su Arzano, e c’erano contrasti tra lui e quelli di  Casoria, in particolare Sabatino, Franzese Antonio e Barbato Salvatore che lo cercavano per ucciderlo.Io dunque sapendo di questi contrasti volevo incontrarlo perché avevo saputo che lui a sua volta voleva uccidere Sabatino. Casone in quella occasione mi disse che sarebbe venuto a parlarmi ma poi non è più venuto”.

Renato Pagano

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(nella foto il luogo dell’omicidio e nei riquadri il killer Renato Napoleone e le due vittime Ciro Casone e Vincenzo Ferrante)


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